skydrake ha scritto:Se riesci ad aumentarmi i CD4 oltre gli 800 oppure il conto titoli oltre i 10.000 euro, sono pronto a regalarti questa coccinella
Va bene, Skydrake, mi ci metterò d'impegno.
Come prima cosa, però, ti chiedo di NON leggere quanto segue.
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Iniziano ad arrivare commenti e critiche. Riporto l’articolo (assai acidino!!) che Myles Helfand ha scritto oggi per The Body Pro, chiedendovi però di tenere conto che parla solo della relazione di Mitsuyasu sui pazienti aviremici e non dice nulla della presentazione di June-Ando sui pazienti che hanno interrotto la HAART. Lo traduco tutto, anche se moltissime cose le sappiamo già, perché oltre a tante critiche (non illegittime, purtroppo) fa anche un riassunto delle puntate precedenti.
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L’approccio alla terapia genica contro l’HIV dell’SB-728 di Sangamo sembra ancora sexy, ma solleva più domande di quanto non dia risposte
Lo splendido successo del “Paziente tedesco” ha infuso nuova vita alla ricerca sulle immuno-terapie. Si tratta di approcci innovativi al trattamento dell’HIV, che sono volti a rafforzare la risposta del sisteme immunitario all’infezione, piuttosto che a dare quotidianamente dei farmaci che tengano la replicazione del virus sotto controllo.
All’inizio di quest’anno, la società biofarmaceutica Sangamo BioSciences sollevò un gran polverone (e spinse molte persone a pronunciare la parola “cura” in modo assolutamente prematuro) quando pubblicò dei dati su una particolare terapia genica che si propone di modificare i CD4 di una persona con HIV in modo che il recettore CCR5 su di essi, il punto cui l’HIV si lega prima di infettare la cellula, non funzioni più. Quei primi dati in sostanza dicevano “C’è una possibilità che la cosa possa funzionare”. Ulteriori risultati presentati all’ICAAC 2011 dicono “C’è davvero una possibilità che la cosa possa funzionare”.
Come ha spiegato Ronald Mitsuyasu della UCLA nella sua presentazione, la strategia di terapia genica di Sangamo (chiamata SB-728) può essere sintetizzata così:
• il paziente HIV+ si sottopone a leucaferesi perché venga separato un gran numero di globuli bianchi dal suo sangue;
• fra il globuli bianchi separati, i monociti e i CD8 vengono distrutti, invece i CD4 vengono arricchiti e attivati;
• usando le nucleasi a dita di zinco portate fin dentro le cellule da un adenovirus, si distruggono dei geni specifici presenti nei CD4, in modo da distruggere il recettore CCR5 presente su queste cellule;
• il numero dei CD4 viene espanso e poi il tutto viene congelato finché non può essere reinfuso nel paziente.
Il risultato finale, a detta di Mitsuyasu, è che si stima che circa il 25% dei CD4 congelati portino la modificazione del CCR5, anche se è difficile darne una misura esatta.
Bene, allora. Questa è la scienza su cui questo metodo si basa. Ma funziona davvero?
In una parola: forse.
I risultati della fase I presentati da Mitsuyasu hanno riguardato soltanto 9 volontari HIV+, tutti uomini e tutti, tranne due, di origine caucasica (gli altri due erano latino-americani). Tutti sono entrati nello studio con viremia plasmatica irrilevabile, ma per la maggior parte avevano un rapporto CD4/CD8 < 1, segno di un sistema immunitario compromesso. Si trattava di un gruppo di persone malate da tempo: la mediana della durata dell’infezione era 21 anni e la maggior parte dei volontari erano dei 50enni.
I 9 volontari sono stati divisi in tre coorti, ciascuna con tre pazienti: una ha ricevuto un’infusione di 10 miliardi di CD4, una di 20 miliardi e una di 30.
Dal momento che le dimensioni dello studio erano così ridotte, è importante notare che è praticamente impossibile trarre una qualsiasi conclusione sul successo del metodo. Inoltre, la risposta dei volontari alla terapia è stata abbastanza varia. Però, a conti fatti, le notizie sembrano buone: dopo un intero anno di follow-up a seguito dell’infusione, i volontari hanno avuto degli aumenti medi di 100 CD4 (prima del trattamento, erano fra 269 e 450, quindi non erano persone in situazione davvero precaria). Inoltre, hanno avuto aumenti medi di 100 CD8 e il rapporto CD4/CD8 per un po’, subito dopo l’infusione, ha oscillato, ma poi, dopo un anno, si è assestato sull’1, che è il suo livello ideale. I dati sulle viremie non sono stati inclusi nella presentazione. Non si sono rilevate differenze sostanziali fra le tre coorti.
Pare che i CD4 modificati siano sopravvissuti (e presumibilmente si siano replicati) nella maggior parte dei volontari per almeno un anno. La percentuale mediana di CD4 che presentavano la modificazione si è assestata sul 5% nei 360 giorni, dopo che all’inizio, subito dopo l’infusione, aveva avuto un picco del 14%. Mitsuyasu ha sottolineato che la modificazione del CCR5 era presente anche nella mucosa rettale (dal 6 all’8%).
Mitsuyasu ha fornito dettagli su uno dei 9 pazienti, che ha accettato di interrompere la terapia per poi eventualmente ricevere una nuova infusione di CD4 modificati dopo un anno. Questo ha consentito ai ricercatori di farsi un’idea della capacità dell’SB-728 di persistere dopo un lungo periodo. Ma è difficile dire che cosa davvero si possa capire. La viremia è balzata da circa 5.000 a circa 35.000 poche settimane dopo l’interruzione, ma poi ha iniziato a scendere e infine è parsa stabilizzarsi sui 25.000 a 28 settimane dall’interruzione. All’inizio i CD4 sono precipitati da 600 a 300, ma poi si sono ripresi e sono arrivati sui 4-500. A loro volta, i CD8 all’inzio sono balzati in alto, poi sono parsi assestarsi, mentre gli anticorpi anti-HIV salivano progressivamente.
Tutto questo è coerente con un rebound della viremia del paziente, ma non si sa quanto questo rebound possa essere stato almeno in parte contenuto dalla continua presenza dei CD4 modificati. A intorbidire ulteriormente le acque c’è il fatto che non si conoscono né il nadir dei CD4 del paziente, né il set point virale, quindi non c’è stato modo di sapere se questi valori erano semplicemente un ritorno al loro stato originario, precedente la terapia.
Tuttavia, quel che Mitsuyasu ha fatto notare è che la presenza nel paziente dei CD4 modificati ha continuato a persistere per le 28 settimane dopo l’interruzione – e anzi è aumentata nei primi due mesi, dal 2 al 6%, in coincidenza con il picco della viremia. Questo fa ipotizzare che non solo questi CD4 modificati persistano, ma che si replichino attivamente (o si riattivino).
Infine, i dati sulla sicurezza: l’SB-728 sembra sicuro, almeno se confrontato con la maggior parte degli antiretrovirali. Nessuno dei 9 partecipanti allo studio ha riportato anche un solo evento avverso serio, nonostante la mediana del follow-up sia stata di 337 giorni. Si sono verificati 60 eventi avversi, quasi tutti di lieve entità e per la maggior parte si sono verificati entro le prime 24 ore dopo l’infusione. Fra questi eventi, i ricercatori ne hanno contati 35 connessi al farmaco: per lo più dipendevano dal processo di infusione stesso (mal di testa, brividi, febbre, sudore, vertigini, fatigue e “un odore di aglio proveniente dal corpo”, che dipendeva dal processo di congelamento per preservare i CD4).
Allora, dopo aver valutato questi dati, quel che ci resta sono ancora molte domande. Nelson Vergel ne ha esaminate alcune quando ha discusso
i dati preliminari di questo studio, alcuni mesi or sono, e sono ancora tutte aperte.
La questione di fondo è che l’SB-728 rimane un concetto emozionante e seducente – ma al momento è ancora solo un concetto. Servirà ancora tanto studio prima che possiamo dare davvero fiducia a questo approccio.
Senza dubbio, i trial che sono adesso in corso sia su pazienti aviremici ma immunological non responders, sia su volontari naive getteranno nuova luce sulle potenzialità di questo approccio.