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MessaggioInviato: mercoledì 25 settembre 2013, 17:07 
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Negli ultimi tempi Francis Collins, il direttore degli NIH, sta rilasciando interviste e scrivendo lui stesso articoli sul disastro che i tagli ai finanziamenti stanno causando alla ricerca medica e alla salute degli americani. A leggere, vengono i brividi.



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MessaggioInviato: lunedì 30 settembre 2013, 10:38 
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Gli articoli che ho letto a giugno sul magazine dell'ASCO su come i tagli al bilancio USA stessero devastando la cura dei malati di tumore erano già sufficienti per me, ma proprio ieri ho avuto occasione di un "update nazionale", seguendo un conversazione il cui succo è: a Milano (a Milano!) c'è un primario di oncologia che alle farmaceutiche che gli propongono di partecipare a studi clinici risponde: "va bene, qualunque studio, ma CACCIATE I FARMACI, qualsiasi farmaci, perché io non ho più farmaci per curare i miei malati"...


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MessaggioInviato: mercoledì 2 ottobre 2013, 6:53 
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Riprendo qui un post scritto altrove ieri:

Dora ha scritto:
Ora una triste *nota di servizio*: lo U.S. Census Bureau ha aggiornato proprio la settimana scorsa il suo sterminato e preziosissimo HIV/AIDS database, che comprende ora 219 fra Paesi e regioni del mondo, fra cui sono stati finalmente inclusi anche Cina, Ghana, Etiopia, India e Camerun. Qui viene dato conto della prevalenza dell'infezione da HIV nei diversi Paesi, dei casi di AIDS e delle morti (Fonte L.A.Times: HIV/AIDS database adds information from more than 100 countries).
La brutta notizia è che, se si prova ad accedere al database (fino a 'stamattina accessibile e consultabile in ogni sua parte), ora compare questa scritta:



E tanti saluti alla ricerca.


E aggiungo che a causa dello "shutdown" del governo USA anche PubMed è INAGIBILE A TEMPO INDETERMINATO.
ClinicalTrials al momento è aperto, ma non si sa se potrà essere aggiornato. Stesso discorso per il sito dei CDC, degli NIH e per tutti gli altri siti legati al governo federale.


Come farò a scrivere i miei post, ancora non so. Se qualcuno ha delle idee, lo prego di farsi avanti.


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MessaggioInviato: giovedì 3 ottobre 2013, 10:28 
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Dora ha scritto:
Vedere anche l'intervista a Guido Silvestri: “LA RICERCA ITALIANA PERDE POSIZIONI”. Ho trovato particolarmente interessante questa domanda/risposta:

In quali settori della ricerca sull’Hiv siamo più deboli?
Da due anni organizziamo i CROI-ICAR Awards con cui premiamo a ICAR i migliori lavori italiani presentati al CROI. Sono tutte ricerche fondamentalmente di tipo clinico, alcune ottime, con buona casistica di pazienti, ben controllate, con osservazioni interessanti. Quindi c’è sicuramente una infrastruttura clinica che è gestita bene, con buoni medici, bravi statistici: da questo punto di vista c’è un buon contributo alla ricerca mondiale. Dal punto di vista della ricerca di base in generale, indipendentemente dal fatto che sia sulla patogenesi, sui vaccini o su altro, stiamo scivolando indietro: ormai è un pezzo che non c’è più un contributo rilevante. Anche perché c’è una generazione che ha dato degli ottimi contributi in passato ma che fatalmente si sta invecchiando: mancano i trentenni che vengano su a parlare di progetti innovativi, vedo molta timidezza, vedo i ragazzi cristallizzati in queste eterne dinamiche tra professori, associati, ricercatori, posizioni che rimangono occupate dagli stessi personaggi per cui non si liberano mai i nuovi talenti. È ovvio che l’attuale penuria di risorse economiche rende questa situazione ancora più difficile da sbloccare: servono borse di studio o sostegni per rilanciare i giovani ricercatori.

L'intervista a Guido Silvestri che Giulio Maria Corbelli ha pubblicato l'estate scorsa non ha fatto molto piacere ad alcuni dei firmatari dell'appello al governo perché venga preservata la ricerca italiana sull'HIV/AIDS. Ecco la loro reazione e la rettifica di Silvestri.
Poiché non si fa cenno a una risposta da parte del Presidente Letta e e del Ministro Lorenzin all'appello dei ricercatori, immagino che questa risposta ancora non sia arrivata.


LA RICERCA ITALIANA È VIVA

In seguito alla pubblicazione sul numero 52 di Anlaids ByMail di luglio 2013 dell’intervista a Guido Silvestri sulla situazione della ricerca sull’HIV/AIDS in Italia, abbiamo ricevuto prima una lettera da parte di alcuni dei firmatari dell’appello al Governo di cui si parlava nello stesso numero e subito dopo una lettera di precisazione da parte di Guido Silvestri. Pubblichiamo volentieri entrambe qui di seguito.

Caro Giulio,

ti scriviamo dopo aver letto l’ultimo numero di Anlaids ByMail in cui hai dato ampio spazio alla nostra iniziativa di stimolo al Governo di non abbandonare la lotta all’infezione da HIV ed all’AIDS in tutte le sue componenti essenziali ed inscindibili: prevenzione, cura e ricerca. Grazie!

Nello stesso numero, abbiamo anche letto l’intervista a Guido Silvestri (nostro connazionale che da molti anni vive negli USA) e le sue valutazioni sullo “stato di salute” della ricerca italiana in quest’ambito.

Pur condividendo molte sue riflessioni, desideriamo tuttavia affermare che la ricerca di base italiana, pur soffrendo di un incomparabile divario nei finanziamenti della ricerca dedicati ad HIV/AIDS tra Italia e Stati Uniti (dove si continuano ad investire miliardi, e non milioni, di dollari), ha continuato a dare ottimi contributi anche recentemente grazie principalmente all’esistenza di un pubblico Programma Nazionale di Ricerca su HIV/AIDS (ProgAIDS) che assegnava finanziamenti su base competitiva e peer reviewed. Pur nelle difficoltà odierne, ci sono ancora diversi ricercatori italiani – tra cui i firmatari della presente lettera – che continuano ad investire nella ricerca su HIV/AIDS con passione ed entusiasmo.

Come abbiamo scritto il 4 luglio scorso ai Ministri competenti, l’ultimo ProgAIDS è terminato il 30 giugno 2013 senza che sia stata presa alcuna decisione per il futuro. Tuttavia, in mancanza d’investimenti tutto il patrimonio culturale e scientifico costruito in vent’anni sarebbe rapidamente depauperato. Infatti, è noto che senza finanziamenti pubblici non può esserci libera ricerca.

È importante sottolineare che, oltre al prestigio scientifico nazionale conquistato in vent’anni di ricerca, perderemmo soprattutto la possibilità di formare nuovi ricercatori di ambito medico-virologico in grado di affrontare non solo l’infezione da HIV, ma altre possibili pandemie come recentemente accaduto nel caso della SARS e dell’influenza a potenziale pandemico.

È per questi motivi che invitiamo Guido Silvestri a sottoscrivere l’appello che abbiamo recentemente inviato al Governo e di cui Anlaids è sostenitrice (assieme ad altre due Onlus e cinque Società scientifiche), per rilanciare un moderno e competitivo programma nazionale di ricerca su HIV/AIDS.

Cordialmente,

    Mario Clerici, Università degli Studi di Milano, Milano
    Andrea Cossarizza, Università di Modena e Reggio Emilia, Modena
    Mauro Giacca, ICGEB, Trieste
    Carlo Federico Perno, Università di Roma 2 “Tor Vergata”, Roma
    Mauro Piacentini, Università di Roma 2 “Tor Vergata”, Roma
    Guido Poli, Università Vita-Salute ed Istituto Scientifico San Raffaele, Milano



Caro Giulio,

Rileggendo l’intervista da me rilasciata qualche tempo fa al bollettino Anlaids, ho notato una frase (“Dal punto di vista della ricerca di base … ormai è un pezzo che non c’è più un contributo rilevante.”) che è ingiustamente dura nei confronti del lavoro svolto da tanti ricercatori che si occupano di AIDS in Italia. Di questo mi scuso con i colleghi, a molti dei quali sono legato da un sincero rapporto di stima ed amicizia, e poiché questa frase non riflette il mio pensiero, provo a chiarire il concetto in queste poche righe che ti pregherei di pubblicare.

In realtà ci sono diversi gruppi di ricerca italiani cha stanno facendo, nonostante la cronica e severa carenza di fondi, un ottimo lavoro che viene riconosciuto anche a livello internazionale, e da me in primis nei miei ruoli editoriali e di revisore di progetti. Il problema è che, purtroppo, non si possono fare in eterno le nozze con i fichi secchi, e se non ci sarà una decisione politica “forte” di dedicare nuovi e sostanziosi investimenti alla ricerca sull’AIDS, questa situazione già da tempo difficile potrà soltanto peggiorare. In questo scenario, il risultato inevitabile è quello di un declino progressivo della qualità scientifica e della impossibilità di formare una nuova generazione di giovani ricercatori.

Per questi motivi ribadisco che il senso delle mie parole era, ed è, quello di un invito a tutti gli organi governativi e amministrativi competenti di aiutare la ricerca italiana sull’AIDS in ogni modo possibile (a partire ovviamente dall’indispensabile sostegno finanziario e di infrastrutture) e di non correre il rischio di lasciar morire di inedia una risorsa scientifica di grandi tradizioni e potenzialità.

Un caro saluto,

    Guido Silvestri, M.D.


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MessaggioInviato: domenica 6 ottobre 2013, 18:33 
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MessaggioInviato: domenica 6 ottobre 2013, 18:35 
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Dora ha scritto:
E aggiungo che a causa dello "shutdown" del governo USA anche PubMed è INAGIBILE A TEMPO INDETERMINATO.
ClinicalTrials al momento è aperto, ma non si sa se potrà essere aggiornato. Stesso discorso per il sito dei CDC, degli NIH e per tutti gli altri siti legati al governo federale.
almeno i database sono attivi, non credo li aggiorneranno fino al ritorno dei fondi, ma sono consultabili :roll:


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MessaggioInviato: martedì 8 ottobre 2013, 17:25 
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Immagino che il ministro Carrozza cerchi soltanto un testimonial famoso per inscenare un teatrino in Parlamento, con tanto di collegamento con la stazione spaziale, magari pure con qualche stacco sull'aurora boreale per rendere il tutto ancora più scenografico. In fondo è stato proprio Parmitano a ricordare quanta della tecnologia che gli permette di stare sull'ISS sia italiana.
Ma l'impressione è quella di vivere in un mondo alla rovescia, dove sono i politici a chiedere agli scienziati di trovare il denaro che serve per finanziare la ricerca pubblica. Stiamo qui - a galleggiare nello spazio insieme a Parmitano. E annaspiamo.

Cari ricercatori sull'HIV/AIDS, datevi da fare! Invece di scrivere lettere cui nessuno risponde, cercate fra voi uno che sia particolarmente sexy & cool e mandatelo a far la questua davanti al Parlamento.

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Da http://www.ansa.it/scienza/notizie/rubr ... 28710.html


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MessaggioInviato: martedì 8 ottobre 2013, 18:28 
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Gesù, che pena... del resto questa è la nostra dirigenza politica...


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MessaggioInviato: lunedì 2 dicembre 2013, 22:01 
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Dora ha scritto:
Non so se il Presidente del Consiglio e il Ministro della Salute abbiano risposto in privato al Professor Poli e agli altri firmatari della lettera di 2 mesi e mezzo fa. In pubblico, non ho visto risposte.
Mi è però appena capitato di leggere un report di amfAR, che fa chiaramente immaginare il senso della mancata risposta all'appello dei ricercatori italiani. Il report è dedicato al grave declino che il finanziamento pubblico alla ricerca biomedica ha avuto negli USA nell'ultimo decennio e ai danni che questo sta comportando in termini di

    - vite salvate ogni anno nel mondo;
    - perdita di posti di lavoro e di produttività interni;
    - perdita di opportunità di lavoro per i giovani ricercatori;
    - perdita della possibilità di nuove scoperte importanti;
    - perdita di competitività con Paesi come la Cina e l'India, con il rischio che gli USA perdano la leadership globale nella ricerca.
(...)

Dora ha scritto:
Negli ultimi tempi Francis Collins, il direttore degli NIH, sta rilasciando interviste e scrivendo lui stesso articoli sul disastro che i tagli ai finanziamenti stanno causando alla ricerca medica e alla salute degli americani. A leggere, vengono i brividi.


DI RISPOSTE ALLA LETTERA DEI RICERCATORI ITALIANI NON CREDO NE SIANO ARRIVATE. MA ARRIVA FINALMENTE UNA BUONA NOTIZIA DAGLI STATI UNITI.

Per commemorare il 25° World AIDS Day, oggi il presidente Obama ha annunciato che gli NIH modificheranno l'allocazione dei fondi per la ricerca sull'AIDS in modo da sostenere maggiormente la ricerca di una cura. Nei prossimi tre anni, verranno investiti 100 milioni di $ in più rispetto al previsto.
Una parte significativa degli investimenti andrà alla ricerca di base e questo dovrebbe comportare benefici anche per la ricerca sui reservoir, la latenza e la persistenza virale, così come per lo sviluppo di anticorpi neutralizzanti. Saranno inoltre finanziate ricerche sui modelli animali, lo sviluppo di farmaci e di test preclinici di composti antilatenza, così come la ricerca clinica, compresi gli studi sui vaccini terapeutici e altre immunoterapie.

Simon Collins, il direttore degli NIH, ricomincia a respirare (dal comunicato stampa degli NIH: NIH announces plan to increase funding toward a cure for HIV/AIDS).


Obama ha anche dichiarato che gli USA daranno 5 miliardi di $ al Fondo Globale (dal Washington Post di oggi: Obama pledges up to $5 billion to global (AIDS/TB/Malaria) infectious diseases fund).


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MessaggioInviato: lunedì 20 marzo 2017, 15:18 
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Alla lettera di cui si parla in questo thread una risposta non è mai stata data.
Questa assenza di risposta indica non soltanto una grande maleducazione istituzionale, ma anche forse imbarazzo e soprattutto incapacità di (o disinteresse a) valorizzare la ricerca su HIV nel nostro Paese.
Oggi, ricordando che ieri cadeva il trentennale dall'approvazione da parte dell'FDA dell'AZT come primo farmaco per trattare l'infezione da HIV, Guido Poli ha rilasciato un'intervista all'agenzia di stampa LaPresse. Vi parla di AZT, ma ripropone anche il solito problema, che la ricerca italiana si trascina appresso ormai da troppi anni.



    Hiv, professor Poli: Più fondi alla ricerca, Aids è ancora emergenza

    Trent'anni fa fu approvato il primo farmaco contro il virus ma per gli studiosi c'è ancora tanta strada da fare

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    Sono passati trent’anni da quando la Food and Drug Administration approvò l’AZT, il primo farmaco antivirale impiegato nel trattamento dei pazienti affetti da HIV. Un passo importantissimo per la ricerca, di cui si ricorda perfettamente il professor Guido Poli, docente della facoltà di Medicina e chirurgia al San Raffaele di Milano e direttore dell’Unità di Immunopatogenesi dell'AIDS dell’istituto.

    LaPresse ha deciso di contattarlo per capire meglio che significato ebbe quel primo step e quali sono attualmente percorsi, obiettivi e difficoltà dei ricercatori in questo campo.

    Il 19 marzo 1987 fu approvato l'AZT, il primo farmaco antivirale impiegato nel trattamento dei pazienti affetti da HIV. Un vero punto di svolta per la ricerca...

    Lo ricordo bene! Ero da poco arrivato ai mitici NIH (National Institutes of Health) di Bethesda, nel Maryland, dall’Istituto Mario non caucasici <edit automatico> di Milano dove avevo iniziato la mia ricerca su HIV/AIDS. L’AZT era una specie di 'farmaco orfano', sviluppato vent’anni prima come antitumorale e poi abbandonato, e ai NIH esisteva un programma di screening di tutti i farmaci noti per verificare che ve ne fosse qualcuno almeno parzialmente efficace contro questa nuova malattia. La scoperta fu fatta all’NCI (National Cancer Institute) da Samuel Broder e Hiroaki Mitsuya e fu il primo, seppur solo parziale, successo contro l’AIDS, la prima indicazione che era possibile scoprire farmaci per contrastare la replicazione virale e i danni che ne conseguono.

    Partendo da quel risultato, quali sono stati i passaggi successivi dei ricercatori? Quanto tempo c'è voluto per arrivare a sperimentare un nuovo farmaco e raggiungere quindi un nuovo traguardo?

    Il valore della scoperta dell’AZT è multiplo. Lo studio clinico controllato anglo-francese nominato Concorde già agli inizi degli anni ’90 dimostrò che la terapia con AZT causa un rallentamento iniziale della progressione di malattia, ma non è in grado di controllarla. Ciò ha fatto immediatamente capire che era necessario identificare nuovi farmaci in grado di sinergizzare con AZT agendo su punti diversi del cosiddetto ciclo vitale del virus. L’AZT, infatti, inibisce l’enzima chiave del virus, la trascrittasi inversa, che copia il genoma virale costituito da RNA in una versione a DNA che poi andrà ad inserirsi nel genoma umano. Il virus, purtroppo, impara velocemente ad aggirare l’ostacolo accumulando mutazioni di resistenza al farmaco. Tuttavia, la monoterapia con AZT ha conquistato un altro successo fondamentale: somministrata una o due volte ad una madre infettata prima del parto, causa un abbattimento importante della trasmissione del virus al feto permettendo al neonato di nascere sano. Per molti anni questo è stato l’unico intervento di rilievo nel continente africano e, anche se oggi si utilizzano altri farmaci a questo scopo, quest’altra pietra miliare rimane ascritta all’AZT.

    Verso la metà degli anni ’90 sono arrivati gli altri successi della ricerca di farmaci antiretrovirali: gli inibitori della proteasi del virus, enzima necessario per produrre proteine virali mature e rendere quindi infettive le particelle virali. Sebbene quando dati da soli anche questi farmaci incorrano nello stesso problema dell’AZT, se combinati ad essa, agendo su punti diversi del ciclo vitale del virus, producono quella famosa sinergia in grado di bloccare potentemente la replicazione virale e la progressione di malattia. Infatti, per il virus è molto più difficile, anche se non impossibile, aggirare entrambi gli ostacoli. Molti altri farmaci sono stati poi individuati e sommati all’AZT ed agli inibitori della proteasi virale, creando veri e propri cocktail antiretrovirali che, inizialmente, erano costituiti da 30 pillole al giorno. Oggi siamo arrivati a sole 1-2 pillole quotidiane.

    Sappiamo che l'HIV è un virus particolarmente difficile da trattare, perché attualmente impossibile da eradicare. C'è qualche possibilità concreta di riuscire a trovare una cura per eliminarlo definitivamente? Quali sono attualmente le strade sulle quali vi state muovendo?

    Il cuore del problema dell’infezione da HIV, che se non trattata porta all’AIDS, un’immunodeficienza mortale, è che il virus, come prima ricordato, si integra nel genoma delle cellule che infetta. Sebbene il 95% o più delle cellule infettate muoia, ne rimane sempre qualcuna che sopravvive. Per le caratteristiche immunologiche di queste cellule, dotate di una lunghissima vita media, ciò garantisce all’infezione di perdurare per l’intera vita di una persona, anche in presenza di farmaci che bloccano la replicazione del virus. Nella seconda metà degli anni ’90 si era sperato che le potenti terapie antiretrovirali di combinazione e la recuperata funzione immunitaria conseguente fossero in grado di sterilizzare l’infezione ed eliminare definitivamente la malattia, ma tutti i tentativi fallirono a causa della persistenza delle cellule di cui sopra. Si è capito quindi che era necessario sviluppare nuove strategie mirate a questo serbatoio di cellule infettate e a lunga vita.

    Quella che è stata seguita maggiormente è stata definita 'shock and kill', ovvero risveglia (il virus dormiente) e uccidi (la cellula infettata). Il sistema, tuttavia, funziona bene in vitro, ma non in vivo dove prevalgono gli aspetti tossici dei farmaci usati, i quali non sono, a differenza degli antiretrovirali, specifici per le cellule infettate, ma agiscono su quasi tutte le cellule. Si sta quindi iniziando a considerare l’approccio opposto che potremmo definire di addormentamento definitivo del virus, ma siamo veramente agli inizi.

    Qual è lo stato della ricerca sull'HIV qui in Italia? Le risorse che avete a disposizione sono sufficienti?

    Questo è un tasto veramente dolente perché l’Italia si era conquistata, e in parte ancora mantiene, un posto in prima fila alla lotta all’AIDS ed al virus che la causa anche per la qualità della sua ricerca sia clinica che di base a fronte di investimenti molto piccoli se comparati a quelli degli Usa e di altre nazioni europee. Ciò è stato possibile per la lungimiranza dello scomparso dr. Giovanni Battista Rossi dell’Istituto Superiore di Sanità di Roma che, a fine anni ’80, ricevette un miliardo di lire per affrontare la nuova malattia emergente. Invece di distribuire il finanziamento a pochi amici, creò un Programma Nazionale per la Lotta all’AIDS finanziando i migliori cervelli per creare una massa critica in grado di affrontare la nuova sfida e divenire rapidamente competitiva a livello internazionale. La sua visione si realizzò in pieno e permise anche il rientro di tanti giovani ricercatori che avevano dimostrato il loro valore all’estero, tra cui il sottoscritto, per contribuire alla causa. Anche dopo la prematura scomparsa di Rossi il Programma Nazionale funzionò bene fino al 2010 quando fu bruscamente interrotto senza alcuna giustificazione se non la generica, e sbagliata, affermazione che "l’AIDS non è più un’emergenza".

    Il risultato è che la maggior parte dei laboratori dedicati alla ricerca sull’AIDS ha chiuso o si è convertita ad altro e che non formiamo quasi più giovani ricercatori in grado di fronteggiare le nuove sfide in campo virologico.

    E’ stato da poco varato il nuovo Piano Nazionale per la Lotta all’AIDS, e ciò è ovviamente una buona cosa, ma purtroppo la parola ‘ricerca’ non compare. La speranza è che qualche politico illuminato capisca l’importanza delle competenze accumulate in oltre vent’anni di Programma Nazionale AIDS per aggiornare e migliorare il nuovo piano.

    Ricordo che in Italia abbiamo circa 150mila persone infettate, che ad infettarsi sono spesso giovani, addirittura adolescenti, completamente ignari del rischio di rapporti sessuali non protetti. Una persona su 5 scopre inoltre di essere infettata perché già in AIDS e ciò implica che egli o ella ha avuto 7-8 anni di tempo per propagare l’infezione ad altri per via sessuale. Ma sicuramente la maggioranza dei politici continua a pensare che "l’AIDS non è più un’emergenza".


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